Claudio E.A. Pizzi LA STRAGE DI USTICA, IL CONTENZIOSO ITALO-LIBICO E LA MORTE DI ITALO BALBO

                                                         

§1. Il contenzioso italo-libico – §2.”Sciupone l’Africano” – §3. Un discusso incidente aereo      §4. Tobruk e Ustica. Due sciagure scollegate, o forse no  – §5. La tensione esplosiva del Giugno 1980 – §6. Coincidenze: rilevanti per chi?

§1.  Il contenzioso italo-libico. È noto che la normalizzazione dei rapporti tra l’Italia e la Libia è stata raggiunta dopo un processo lungo e tormentato,  conclusosi   solo nell’ Agosto 2009   con la spettacolare  visita di Gheddafi a Roma promossa dal governo Berlusconi. Il disgelo tra i due paesi in realtà era iniziato alla fine degli anni 80, e più precisamente nel 1989, cioè venti anni prima. Nel 1989 infatti  l’Italia concesse per la prima volta a una delegazione libica il permesso di recarsi in missione commemorativa all’isola di Ustica, nella quale erano stati deportati e reclusi numerosi libici nel corso della  guerra di Libia. Altre sedi   penitenziare  che divennero meta di pellegrinaggio erano, nel Mar Tirreno, Ponza, Gaeta, Caserta, Favignana   e, nel mare Adriatico, le isole Tremiti.  Il viaggio della prima delegazione libica ebbe luogo   nel  fine-settimana islamico del 26-27 ottobre, in una data che evidentemente  non era    stata scelta  a caso dal governo libico.   Infatti dopo la rivoluzione del 1969  Gheddafi  aveva trasformato  la giornata del 26 ottobre  in   una ricorrenza nazionale  detta “Ricorrenza dei defunti” perchè  destinata a commemorare  la partenza del primo piroscafo con i deportati libici  avvenuta   il 26 ottobre 1911.  Questa ricorrenza era cronologicamente  prossima  a un’altra, la cosiddetta Giornata della Vendetta contro l’Italia, istituita dal governo libico  per  ricordare l’espulsione degli italiani dalla Libia il  7 Ottobre 1970. 

   La data del 27 Ottobre 1989 era dunque il ventennale dell’istituzione di una ricorrenza importante, ma  si potrebbe considerare una data storica anche per altri motivi. Quello che dal punto di vista italiano voleva essere un gesto di apertura e di dialogo, da parte libica divenne  spunto per una operazione di violentissima propaganda antiitaliana. L’ ambasciata italiana a Tripoli venne presa d’assalto da una folla di dimostranti inferociti. Un tecnico italiano, Roberto Ceccato, venne assassinato in circostanze mai chiarite dal governo libico. Una nave partita da Tripoli entrò nel porto di Napoli, dove gli ottocento libici a bordo  urlarono per ore  slogan antiitaliani chiedendo il risarcimento dei danni del colonialismo.

     A seguito  degli eventi sopra menzionati,   la stampa italiana fu indotta, forse per la prima volta, a dare risalto  ai dettagli del contenzioso tra Italia e Libia apertosi nel 1970  e alle richieste  di parte libica. Citiamo i principali oggetti di tali richieste:

1) Formulazione di scuse ufficiali  per i danni causati dall’occupazione coloniale

2) Risarcimento dei danni del colonialismo, calcolati dai libici in circa 5 miliardi di dollari

3) Sostegno e collaborazione nella bonifica dei campi minati[1]

4) Organizzazione di una visita ufficiale di Gheddafi a Roma

5) Diritto di delegazioni libiche a visitare  annualmente Ustica e altre sedi penitenziarie,  ricerca delle famiglie dei libici deportati e   risarcimento monetario a queste.

   Come si è visto, l’ultimo dei cinque punti è quello su cui l’Italia  si dimostrò  disposta a un’apertura, anche se questa avvenne con un ritardo difficile da spiegare. Che sugli altri punti l’Italia mostrasse una fortissima resistenza a soddisfare le richieste libiche era evidente ma anche comprensibile, data non solo  l’enormità della cifra richiesta da Gheddafi  ma  la complessità dei problemi che si ponevano sia   sul piano del diritto internazionale   sia nel   calcolo  dei presunti danni, che  tra l’altro l’Italia riteneva di aver già pagato a re Idris con il versamento di 1,5 milioni di sterline [2].

    E’ abbastanza chiaro che fino al 1989 la Farnesina  aveva creato su vari punti della trattativa un rigido blackout, e lo prova il fatto  che nel 1988 Bettino Craxi, dopo un colloquio con Jalloud, ammise con stupore  di non sapere nulla della questione dei deportati libici a Ustica ed espresse il proposito di dare ampia pubblicità a  questa pagina oscura della storia italiana (cosa che peraltro non fece).

   Oltre ai punti citati, il contenzioso aveva anche dei capitoli minori, che però  non si potevano dire tali dal punto di vista libico.   Il primo, su cui non si potevano negare le buoni ragioni libiche, riguardava la diffusione del film “Leone del deserto”, che era stato ipocritamente proibito in Italia. Il film era imperniato sulla figura dell’eroe libico della resistenza antiialiana, l’imam Al Muktar, giustiziato dagli italiani nel 1931. Il cinquantenario della morte di Al Muktar cadeva nel 1981, data in cui il film fu distribuito al pubblico internazionale.Va ricordato al proposito che Gheddafi si presentò all’appuntamento con Berlusconi portando sulla divisa una foto di Al-Muktar al momento della sua cattura (vedi foto).

Altri punti del contenzioso di cui poco si parlava erano legati ad eventi contingenti. Uno riguardava la quasi incredibile storia dell’imam sciita libanese Moussa Al Sadr, scomparso in circostanze misteriose il 25 agosto del 1978  e verosimilmente  assassinato dai sicari di Gheddafi. A proposito di ciò, è stato  dimenticato che  il 7. 9 .1979 un DC8 Alitalia con 182 persone a bordo fu dirottato da un gruppo di libanesi sciiti per portare alla ribalta la vicenda  dell’imam scomparso. Il dirottamento terminò fortunatamente in modo incruento all’aeroporto di Teheran.

Un altro punto importante del contenzioso emerse con chiarezza dopo la visita di Gheddafi. Il governo libico pretendeva la costruzione, o meglio la ricostruzione, di una strada costiera lunga 1.822 chilometri  che doveva collegare  il confine orientale  della Libia con  l’Egitto  al confine occidentale con la Tunisia passando per Tobruk e Tripoli. In effetti una strada con queste caratteristiche già esisteva, era stata costruita dagli italiani negli anni Trenta ed è sempre stata presentata come un vanto del governatorato fascista della Libia.  Il suo nome originario era  quello di Litoranea Libica, sostituito  poi con quello di  via Balbia  in onore del governatore della Libia Italo Balbo. La strada fu inaugurata nel 1937 da Mussolini durante una memorabile visita in cui  colse l’occasione per farsi fotografare a cavallo sfoderando la spada dell’Islam e proponendosi quindi come moderno continuatore di Maometto.  

(Nella  foto lo si vede con la spada sguainata a fianco di Balbo).

   Va ricordato che, al confine tra Tripolitania e Cirenaica, sulla via Balbia fu collocato un monumento famoso,

l’Arco dei Fileni dell’architetto Florestano di Fausto (v. Foto).    La   via Balbia in effetti si mostrò molto funzionale ai fini dei  collegamenti e del commercio interni,  ma  alla fine della guerra, vuoi per mancanza di manutenzione vuoi per gli effetti distruttivi dei bombardamenti, era così malridotta da  essere per lo più  impercorribile. Gheddafi ne chiedeva il restauro e la ricostruzione a  doppia corsia: in pratica si trattava di costruire una nuova strada sul tracciato della vecchia. I costi dell’opera progettata, aggiornati all’anno in cui venne siglato l’accordo, erano esorbitanti, sopratutto se sommati al risarcimento  che l’Italia si è impegnò a pagare  versandolo nell’arco di 20 anni.    Il contenzioso italo-libico si concluse infatti il   30 agosto 2008  nel momento in cui fu firmato firmato un accordo (Accordo di Bengasi) che prevedeva una compensazione del valore complessivo di 5 miliardi di dollari. Il risarcimento comprendeva la realizzazione di diverse infrastrutture, tra cui la suddetta ricostruzione della via Balbia; duecento abitazioni; il pagamento delle pensioni di guerra ai libici che erano stati impiegati in combattimento dal Regio Esercito Italiano; la creazione di un comitato di consultazioni politiche e di un partenariato economico; il finanziamento di borse di studio per studenti libici; la fornitura di un radar per il controllo delle frontiere meridionali della Libia, realizzato da Finmeccanica.   L’accordo, che comprendeva diverse fasi di attuazione con scadenze conprese dai 25 ai 40 anni, conteneva un ampio capitolo relativo alla lotta all’immigrazione clandestina diretta in Italia, alla collaborazione industriale e alle forniture energetiche. Rimase non completamente risolta la questione relativa ai cittadini italiani espulsi dalla Libia nel 1970.

   

§2. “Sciupone l’Africano”. E’ inevitabile a questo punto dire qualcosa su Balbo e del suo operato in Libia. Si usa giustamente sottolineare  che nel 1936 la Libia   cessava di essere una  colonia e diventava a tutti gli effetti una regione territoriale dell’ Italia (la cosiddetta Quarta Sponda) e che a seguito di ciò Balbo profuse denaro ed energie a favore della popolazione, finanziando   non solo la costruzione di infrastrutture ma anche di scuole e moschee: tutto ciò con   una generosità  che gli valse il  soprannome di “Sciupone l’Africano”. Si ripete spesso che Balbo era benvoluto dalla popolazione libica e probabilmente  la diceria non era solo propagandistica. Ma la rivoluzione islamico – socialista  di Gheddafi del 1969   non intendeva fare sconti all’Italia cercando di distinguere tra aspetti positivi e negativi del colonialismo italiano. Basterebbe a provarlo il fatto che   l’arco dei Fileni, giudicato  opera artistica di grande valore,  fu distrutto nel 1973 perchè ritenuto un simbolo del periodo coloniale [3]  . 

   Per dare un’idea del furor antiitaliano che guidava la politica di Gheddafi   bisognerebbe tener conto non solo dell’espulsione della comunità italiana e dell’istituzione di ben due ricorrenze antiitaliane, ma anche di altri dati, tra cui le numerose dichiarazioni pubbliche rilasciate da esponenti di quel  governo. La seguente per esempio è tratta da un discorso del ministro egli Esteri libico Salah Bouissir, tenuto   il 30 luglio 1970  ad Ankara nel corso di una conferenza-stampa: «L’Italia ha compiuto ogni possibile atto inumano. Per avere un’idea delle atrocità commesse dagli italiani basti ricordare che mentre la popolazione della Libia nel 1911 ammontava a due milioni, nel 1955 era scesa a un milione e 250 mila. Vi erano campi di concentramento circondati da filo spinato che racchiudevano centomila persone. Dappertutto vi erano patiboli. Nel paese regnavano la miseria e le malattie. Le nostre terre erano state prese e la popolazione araba deportata nel deserto. Ci era persino vietato l’ingresso nelle città. Per 32 anni l’Italia ci ha privato dell’istruzione. Durante questo periodo non è uscito da noi né un medico né un ingegnere. La politica italiana di quell’epoca tendeva addirittura all’annientamento della natura arabo-islamica della Libia. I famosi lager nazisti non sono per noi cose estranee, perché ne avevamo di ben peggiori in Libia».   Rispondendo a un giornalista il Ministro anticipava che oltre alla confisca dei beni ci sarebbero state altre rivendicazioni.       « Essere stati privati dell’istruzione e della civiltà per 32 anni, lo sterminio di un milione e mezzo di nostri connazionali durante la dominazione italiana, rappresentano ben qualcosa. Una apposita commissione sarà incaricata di fare una valutazione e in base a questa presenteremo le nostre rivendicazioni » (pp. 470-472) [4].  Nel discorso   veniva impiegata la c.d. “Reductio ad Hitlerum”, cioè la tipica strategia retorica consistente nell’ assimilare la politica dell’avversario   a quella nazista. Ma, a parte questo,   nel 1970, tre mesi prima dell’espulsione degli italiani, il ministro già comunicava  in anteprima l’elaborazione del pacchetto di rivendicazioni che è quello su cui si sarebbe poi giocata la partita di cui stiamo parlando.

   È assolutamente chiaro da   dichiarazioni come queste che il governo libico rivoluzionario   intendeva ignorare ogni distinzione tra il periodo della guerra di Libia, in cui un’ ampia parte della popolazione ha sofferto  la sanguinaria strategia repressiva del Gen. Graziani, e   il periodo di pacificazione in cui la Libia è stata ufficialmente inglobata nello stato italiano. Anche sulla figura di Balbo il governo libico aveva  imposto una visione dei fatti completamente diversa da quella che era diffusa in Italia  anche al di fuori della sua città natale, Ferrara[5]. Prova ne sia che  nel 1972 la famiglia di Balbo   trasferì le spoglie di Balbo a Orbetello dal cimitero italiano a Tripoli prima che questo venisse completamente smantellato.  Quando Berlusconi incontrò Gheddafi a Roma nella memorabile visita sotto la tenda e gli  disse che Balbo aveva fatto cose buone in Libia, ricevette una replica durissima dal rais,  il quale gli rispose  che Balbo  aveva fatto cose buone solo nell’interesse dei fascisti.

  In Italia la figura di Balbo è controversa. Non c’è dubbio che fosse una personalità eccezionale non solo per  intelligenza ma anche per le doti che ne facevano  un caso  esemplare di fascista perfetto: sprezzo del pericolo,  spavalderia, patriottismo, devozione al capo. Fu volontario alpino nella prima guerra mondiale. Dimostrò anche una certa creatività: a quanto di dice, sua fu l’idea dell’olio di ricino da somministrare agli avversari, così come  quella  di sostituire i manganelli, nelle zone in cui erano stati proibiti dal sindaco,  con pezzi di stoccafisso che poi venivano mangiati in osteria [6].  Nessuno può dimenticare la leggendaria trasvolata atlantica (1 Luglio 1933) con 26 idrovolanti che diede enorme prestigio all’Italia, al punto che a Chicago esiste tuttora una Balbo Avenue con un monumento a lui intitolato. Tre anni prima dell’impresa aveva fatto sensazione la trasvolata dall’Italia  a Rio de Janeiro con 13 aerei. Nominato ministro dell’aeronautica e Maresciallo dell’Aria, Balbo si adoperò per dare all’Italia un primato nel campo del volo aereo, militare e civile. Le sue prodezze aviatorie   permisero all’industria aeronautica italiana, fatta di sigle storiche cone Caproni, Piaggio, SIAM-SM, Macchi, Breda, Fiat e Cantieri dell’Adriatico, di esportare tecnologie in tutto il mondo. Gli idrovolanti S.M.55 vennero venduti persino all’Unione Sovietica. 

  Pur essendo stato un fascista della prima ora e addirittura quadrumviro, Balbo entrò in rotta di collisione con il Duce votando nel 1938 contro le leggi razziali e dichiarandosi poi contrario all’entrata in guerra. Secondo alcuni nel 1934 Mussolini nominò Balbo governatore della Libia per levarselo di torno: caso tipico di promoveatur ut amoveatur.

      Ma proprio nel 2021 su Balbo si è accesa una polemica. I partigiani italiani dell’ANPI hanno osteggiato fortemente l’idea del sindaco di Orbetello   di dedicare una via al Maresciallo dell’Aria  per ricordare la trasvolata atlantica. In omaggio  all’attuale clima di cancel culture, il ministro della Difesa ha recentemente  disposto  di togliere il nome di Italo Balbo dalla carlinga dell’aereo militare del 31esimo stormo, utilizzato per trasporto d’emergenza e missioni di pubblica utilità.  La decisione non poteva non suscitare polemiche.  Secondo il giornalista Aldo Cazzullo, in polemica con Marco Reguzzoni (ora presidente di Volandia, il museo dell’aeronautica dirimpetto a Malpensa), la decisione presa dal Ministro della Difesa sarebbe più che giustificata.  Secondo  Cazzullo un fascista eretico è pur sempre un fascista, soprattuto quando si è macchiato anche di colpe come quella di aver difeso  gli assassini di Don Minzoni, il prete antifascista di Argenta (Ferrara), pur non essendo direttamente responsabile della morte.[7]

     Ciò detto, ciò che qui ci proponiamo di mettere a fuoco non è  tanto  la valutazione di Balbo dal punto di vista italiano  ma  piuttosto l’immagine di Balbo rimasta nella memoria libica.   In primo luogo è bene ribadire che, come già detto, la nomina di Balbo metteva fine a un decennio di vessazioni compiute dal generale Graziani (noto come “macellaio del Fezzan”) e che il Nostro non risparmiò energie e denaro nell’opera di ricostruzione della Libia. Ma ci si chiede se la popolazione libica da ciò  abbia tratto un vantaggio proporzionato alla pioggia di denaro che l’Italia fece cadere sulla Libia. Non si dimentichi che lo scopo del fascismo era trasferire in Libia una parte della popolazione italiana, soprattutto proveniente dalle parti più povere del paese (Veneto, Italia del Sud) e che le spese fatte dal governo andavano a vantaggio soprattutto dei coloni italiani. All’inizio della seconda guerra mondiale   vi erano circa 120 000 Italiani in Libia, ma Balbo aveva in progetto di raggiungere il mezzo milione di coloni italiani negli anni sessanta.   L’integrazione dei libici rientrava tra i progetti del fascismo, ma negli anni del governo di Balbo la cittadinanza italiana non venne concessa a tutti i libici ma solo,  dietro richiesta, ad alcuni di essi ritenuti del regime particolarmente meritori.

   È interessante al proposito leggere il libro di Florence Renucci” La strumentalizzazione del concetto di cittadinanza in Libia negli anni Trenta “[8]. Da questo  testo si viene a sapere che i libici e gli abitanti delle isole del Mare Egeo beneficiarono inizialmente della possibilità di accedere alla piena cittadinanza italiana, mentre questa possibilità fu soppressa per i libici (v. R. Sertoli Salis, Il nuovo statuto libico, it.,.47. halshs-00463636, version 1 – 13 Mar 2010 11 col decreto‐legge del 9 gennaio 1939 [9]). Uno dei   motivi invocati per giustificare questo provvedimento fu la protezione assoluta dello statuto personale (p.11), cioè   delle prerogative che provenivano dall’essere di religione musulmana con gli obblighi che ne conseguivano, per esempio  in materia di diritto successorio (v. articolo 8 del suddetto decreto‐legge).    A peggiorare la situazione intervennero nel 1938 le leggi razziali. Anche se  Balbo, come pienamente documentato, era contrario alle leggi,  non era  comunque in   grado di impedirne l’applicazione.   Appoggiandosi soltanto al criterio della «razza», la   Direzione degli Affari  Politici esonerava dalla applicazione del suddetto articolo 8 della  legge    solo i   « cittadini libici  appartenenti  alla  razza  ariana  (greci,   armeni  ecc.)» (p.51). Sertoli Salis  nel 1938 respingeva   l’acquisizione  della piena cittadinanza col matrimonio affermando  che «il recente divieto di matrimonio del  cittadino  di  razza ariana con persona non ariana non consente del resto che il libico acquisti la cittadinanza  piena  neppure juris conmunicatione » (p.76) .

   Dunque, quali che fossero i personali orientamenti di Balbo, resta il fatto che i libici restarono cittadini di serie B sia dal punto di vista dei benefici economici sia da quello dei diritti politici. Non ci si può stupire quindi che la rivoluzione nasseriana di Gheddafi, che portò all’espulsione degli italiani nonchè di tutti i non-libici  tra cui in particolare – non va dimenticato – gli  ebrei, imponesse di considerare Balbo semplicemente come un fascista che governava la Libia in nome degli obiettivi propri del colonialismo fascista, con l’aggravante dell’odiosa applicazione delle leggi razziali introdotte nel 1938.

§3. Un discusso incidente aereo.  Non si può parlare di Balbo senza far cenno alle circostanze della sua morte in un  incidente aereo avvenuto nella Libia orientale. Morte di cui si è a lungo discusso, spesso per adombrare il sospetto che si fosse trattato  di un omicidio progettato dallo stesso Mussolini, in attrito con Balbo per i summenzionati motivi oltre ad essere, a quanto si dice, invidioso della sua  popolarità. È un fatto comunque che Mussolini, pur avendo ricevuto la notizia della morte senza manifestare alcun particolare dispiacere, dichiarò due giorni di lutto nazionale e il trasferimento della salma a Tripoli. Insieme a Balbo era a bordo del velivolo il giornalista Nello Quilici, capo dell’ufficio stampa libico dell’aviatore nonché direttore del Corriere Padano – giornale fondato dallo stesso Balbo che aveva sfidato più volte la censura del regime con le sue   posizioni spesso controcorrente. Balbo aveva fatto salire altre otto persone sul suo aereo S79: tra queste, oltre a Quilici,   il nipote Lino, il cognato Cino Florio, Caretti, federale di Tripoli e il maggiore Brunelli.

    Qualcuno recentemente ha voluto rilevare una somiglianza tra la morte di Balbo a quella di Yuri Gagarin, eroe dell’aviazione sovietica paragonabile per prestigio alla figura di Balbo, anche lui dissidente rispetto al potere, morto nel 1968 in un incidente aereo  le cui  circostanze non sono mai state chiarite. Ma anche al tempo della morte di Balbo la diceria secondo cui  il Maresciallo dell’Aria  sarebbe stato vittima  di un attentato accuratamente  progettato si era diffusa rapidamente in Italia, soprattutto nei salotti dell’alta borghesia. Mussolini si risentì in particolare  per il fatto che la tesi venne sostenuta a spada tratta anche dalla vedova  di Balbo, che dichiarò:  “Lui mi manderà al confino, ma io dico tutto. Italo non voleva la guerra, si era sempre opposto. Diceva che non eravamo preparati”.

        Che la morte di Balbo sia stata la conseguenza di uno sfortunatissimo   incidente   è ormai accertato al di là di ogni dubbio, grazie alle ricerche di vari specialisti, tra cui Gregory Alegi nell’appendice a un libro di Folco Quilici, il noto regista figlio di un giornalista perito nell’incidente[10]. L’incidente è stato raccontato da Sergio Romano[11] e, con ampi  dettagli, in un recente saggio    di  Francesco Mattesini[12].

   Per una crudele ironia della sorte, Balbo  morì a causa di quella impreparazione delle truppe che lui stesso aveva onestamente denunciato[13]. Il suo aereo infatti fu  abbattuto dalla contraerea italiana nel cielo di Tobruk alle 17.30 del 28 giugno 1940, diciotto giorni dopo l’ingresso dell’Italia nella seconda guerra mondiale. Balbo veniva da Derna, dove aveva installato il suo quartier generale, e viaggiava accompagnato da un altro aereo su cui aveva preso posto, tra gli altri, il generale Felice Porro. 

   Alle 4,20 del pomeriggio da Derna si alzavano in volo due trimotori Savoia-Marchetti, uno pilotato da Porro, l’altro da Balbo,   diretti al campo di aviazione di Tobruk per un’azione di guerra, la presa del fortino di Sidi Azeis. Quando apparve nel cielo di Tobruk, si era concluso pochi minuti prima un raid dell’aviazione inglese che aveva ripetutamente colpito la base italiana. I cannonieri e i mitraglieri della base di Tobruk pensarono che gli inglesi si preparassero a una seconda ondata. Pare assolutamente certo che   partì una cannonata dall’incrociatore San Giorgio all’ancora nella rada, poi seguito da raffiche di colpi di mitragliatrice partite anche da altre postazioni. Il militare che diede l’ordine di abbattere l’aereo si chiamava Giorgio del Pin.  Originario di Palmanova, capitano di vascello e direttore di tiro della  “San Giorgio”, poi comandante della torpediniera “Orfeo”, eroe di guerra decorato con una medaglia d’argento e quattro di bronzo,  del Pin nel dopoguerra divenne molto noto a Trieste come industriale della cartiera Modiano.    Morì suicida all`età di 58 anni in seguito a una crisi depressiva a cui forse  non era era estraneo il rimorso per quell’azione, di cui peraltro dimostrò di non avere alcuna colpa [14].

    Il giorno dopo la  morte di Balbo, un aereo inglese sorvolò l’aeroporto di Tobruk lanciando un messaggio firmato da Arthur Longmore, comandante in capo delle forze aeree inglesi per il Medio Oriente: “Le forze aeree britanniche esprimono il loro compianto per la morte del generale Balbo – un grande condottiero ed un valoroso aviatore che conoscevo personalmente e che il destino ha voluto che militasse nella parte  avversa”.

§4. Tobruk e Ustica. Due sciagure scollegate, o forse no.  La morte di Balbo e la vicenda di Ustica  sono storie di due drammatici disastri aerei avvenuti in tempi e  luoghi  distanti tra loro. Sulla dinamica del primo evento non ci sono dubbi, mentre  le cause e le responsabilità del secondo come si sa, sono ancora oggi  oggetto di  appassionate polemiche.  Anche se è  possibile che tra questi due eventi non esista  alcun  nesso,   questo non  esime il ricercatore dal fare alcune osservazioni che potrebbero anche,  sulla base di considerazioni plausibili, suggerire una conclusione diversa.

  Per  quanto riguarda le date dei due eventi cominciamo rilevando una curiosità. La  data di Ustica è un’  autentica chicca  per quanto si dilettano di numerologia pura e applicata.    Il disastro è avvenuto alle 9 di sera del 27.6 . Guardando ai tre numeri  in gioco: 6, 9, 27, vediamo che corrispondono a tre operazioni basilari applicate al numero perfetto 3: 3+3,   3*333. Se poi, come sarebbe più corretto, si vuole scrivere l’ora dell’accadimento considerando l’arco delle 24 ore, e quindi indicando l’ora dell’evento non   come 9 ma 21, notiamo che la riduzione numerologica  applicata a questo secondo numero è 2+1, cioè il numero-base   3. E se poi, invece dell’ora della sciagura,   si vuole tener conto  dell’anno 1980 e quindi si considera la data del  27.6.1980, si nota  che 27+6 = 33 e, come se ciò non bastasse,   che 2+7+6+1+9+8+0 = 33: in ambedue i casi otteniamo 33, il numero chiave della simbologia massonica [15] .

    Lasciando da parte le suggestioni numerologiche, ci sono molti indizi che fanno pensare che la data del 26-27 Giugno abbia in sè e per sè un significato particolare nella cultura islamica.[16] Va ricordato, non solo come curiosità, che il 27 Giugno 1976, 4 anni prima di Ustica, si verificava il dirottamenteo di un aereo dell’AIR FRANCE organizzato con l’appoggio della Libia e terminato, come si ricorderà, con la strage di Entebbe. La  coincidenza con Ustica, pur essendo i due eventi  classificabili come incidenti di volo,  potrebbe essere puramente casuale. Ma è difficile credere che lo sia quella per cui nella coppia di giorni 26-27 Giugno 2015 (Giovedi-Venerdì islamico) si sono verificati  quattro attentati quasi simultanei, più precisamente a  Susa (Tunisia) (38 morti e 39 feriti), a Lione (1 morto presunto), a Kuwait City (27 morti e 227 feriti), a Leego (Somalia) (50 morti). [17]  Circa un anno dopo questi attentati,  il 28 Giugno 2016, si verificò una  strage all’aeroporto di Istanbul (45 morti).

   Queste coincidenze multiple  non sono passate inosservate e si è cercato di spiegarle con il fatto che si voleva commemorare la data di domenica 29 Giugno 2014, che è stata la data della fondazione dell’ISIS. Chi fa questo discorso mostra di ritenere che la sfasatura di due giorni (27/29) va considerata irrilevante o introdotta intenzionalmente a scopo di mascheramento. La strage di Istanbul eseguita il 28 Giugno dell’anno dopo confermerebbe la stessa idea. Se però veramente si vuol credere che la differenza di uno-due giorni sia irrilevante, è lecito anche pensare che la scelta di domenica 29 Giugno per la fondazione dell’ISIS potrebbe essere considerata interscambiabile con   la precedente  data molto più significativa del Venerdì 27 giugno 2014. Stando così le cose, è lecito chiedersi perchè si sia scelta quella data piuttosto che un’altra per la fondazione dell’ISIS – e se la risposta fosse che questa data ha un significato particolare nella religione islamica bisognerebbe tener conto di questo fatto anche quando  ci si interroga su un eventuale significato della data di  Ustica.

    È il caso di aprire una parentesi sulla sfasatura nelle ricorrenze di un giorno o anche di due, la quale  si può considerare trascurabile per una serie di motivi che possono essere diversi e precisamente:

1. Come già detto, quando una data commemorativa si presta a diventare prevedibile per attentati terroristici, può essere spostata di un giorno a scopo di mascheramento.

2. Un attentato previsto per una certa data commemorativa o simbolica può essere rinviato per un imprevisto. È il caso del fallito attentato del terrorista della scarpa Reid (shoe-bomber), che voleva far esplodere un aereo il giorno 21 dicembre 2001 e rinviò la operazione al giorno successivo 22.12. 2001. La data da lui prescelta, 21.12, è quella di Lockerbie, avvenuta 13 anni prima.

3. La giornata dei giorni festivi nei paesi islamici  non è perfettamente sincronizzata con quella dei paesi occidentali. Secondo la tradizione le festività islamiche cominciano al tramonto del giorno prima, ragione per cui nel caso delle festività non si ha una coincidenza nell’ora di inzio e di termine della giornata.

4. È essenziale capire che il giorno di riposo e di preghiera della tradizione islamica è la giornata di Venerdì. Il fine settimana islamico varia da paese a paese, ma nei paesi islamici del NordAfrica sino a pochi anni fa era costituito dalla coppia di giorni  Giovedi-Venerdì.

       Una statistica eloquente degli attentati e riferita al solo anno 2014-2015 mostra questi risultati [18]:

Le ragioni della predilezione degli attentatori per il Venerdì sono diverse. Nel conflitto tra sciiti e sunniti l’attentato alle moschee produce più vittime il Venerdì, quando le moschee sono piene di fedeli. Un secondo motivo è che, essendo il Venerdì un giorno di riposo, è più facile trovare manovalanza libera da altri impegni. La fonte da cui è tratta la statistica aggiunge però: “Infine, è sempre di Venerdì, vigilia del fine settimana nelle società occidentali, che l’ISIS e i terroristi che ne rivendicano l’appartenenza colpiscono più spesso in occidente, come accaduto nell’attentato fallito sul treno Thalys in agosto o degli attentati del 13 novembre a Parigi.”

    L’articolo non spiega quale potrebbe essere l’origine di questa predilezione per il Venerdì non solo nei paesi islamici ma anche in Occidente. Una spiegazione potrebbe essere questa:   il Venerdì per i cristiani, essendo il giorno della morte di Cristo, è un giorno di lutto e di preghiera (astensione dal consumo di carne), mentre per gli Islamici ha un significato opposto. Ne consegue anche che lo scostamento di un giorno per gli attentati è fatto preferenzialmente spostando la data verso il Venerdì piuttosto che in altri giorni della settimana.

   Oltre alla insistenza per il Venerdì, non può non colpire il fatto che molti attentati verificatisi in Europa sono stati eseguiti in giorni che erano il 7, 17 o 27 del mese.. Basti pensare ai due attentati di Fiumicino, il primo verificatosi il  17.12.1973, e il secondo avvenuto, in simultanea con quello di Vienna, il 27.12.1985. Si noti tra l’altro nei due casi la concordanza del mese (Dicembre) e il fatto che a scopo di mascheramento il calcolo delle ricorrenze può essere stato fatto tenendo conto di intervalli  semestrali anzichè annuali, oppure bimestrali anzichè mensili.  

    A prescindere da queste considerazioni è arcinoto, perchè è sotto gli occhi di tutti, che il numero 7 nella tradizione orientale e occidentale ha una persistente presenza: sette i giorni della creazione,  le note musicali, i colori dell’ iride, i nani di Biancaneve, e che più ne ha più ne metta. Ma leggendo nella Bibbia la Genesi e le vicende dell’Arca di Noè, troviamo che, trascurando il  richiamo alla invidiabile  età  di Noè (600 anni), i numeri che vi compaiono sono in realtà cinque: 7,17, 27, 40 e 150. “Dopo sette giorni, le acque del diluvio furono sopra la terra. L’anno seicentesimo della vita di Noè, il secondo mese, il diciassettesimo giorno del mese, in quel giorno tutte le fonti del grande abisso esplosero e le cataratte nel cielo si aprirono” (Genesi 6, 10-11). Al diluvio, durato quaranta giorni e quaranta notti, seguono 150 giorni di abbassamento delle acque, dopo di che si verificava quanto segue: “Nel settimo mese, il diciassettesimo giorno del mese l’arca si fermò sulle montagne del monte Ararat” (Genesi, 8, 4). Si arriva poi al lieto fine dell’avventura del patriarca: “Nel secondo mese [dell’anno seicentounesimo della vita di Noè], il ventisette del mese, tutta la terra fu asciutta”. (Genesi 8,14).

    Il numero 150 (5 mesi) e il  numero 40 non hanno nessun  rapporto matematico con gli altri numeri che sono replicazioni di 7. Ma, a differenza di 150, il numero 40, oltre ad avere  un certo appeal numerologico (è la somma di 7 e 33) mostra una ricorrenza persistente nel Vecchio e Nuovo Testamento. E’ stato calcolato che   il numero 40 si ripete   nella Bibbia ben 142  volte. [19] Ma ciò che impressiona guardando  gli esempi più significativi riportati in nota si evince che il numero 40 è  ricorrente anche nella cultura araba (basta pensare ad Alì Babà e i 40 ladroni), nonchè in quella indiana e quella dell’estremo oriente.[20]

   Da dove nasce questo eccezionale rilievo accordato al numero 40? È stata fatta l’ipotesi molto sensata che il numero 40 sia un simbolo di vita, perchè è il numero di settimane della gravidanza come veniva calcolata nei tempi antichi quando, in mancanza di tecniche di accertamento, veniva fatta cominciare dall’ ultima mestruazione della donna gravida ( per cui  risulta leggermente più lungo dei nove mesi tradizionali). [21] Per un altro verso, il numero 40 sembra associato   a quello  di fame, digiuno e di privazione. 40 giorni e 40 notti è il periodo che Noè passò chiuso nell’Arca e che Gesù passò digiunando nel deserto. I quaranta giorni di Quaresima e l’idea stessa di quarantena sono tipicamente cristiani, ma si narra  anche che  Buddha digiunò nel deserto 40 giorni prima di iniziare a divulgare i suoi insegnamenti.                                                                                                                                           

   Per concludere, non c’é da stupirsi del fatto che, oltre alle ricorrenze decennali e ventennali, anche  quelle quarantennali sembra abbiano una forza attrattiva considerevole non solo nella cultura occidentale ma in tutte le culture orientali.  Quanto detto sulla potenza intrinseca della data del 27 Giugno  e del Venerdì  in molti attentati terroristici potrebbe essere sufficiente a spiegare perchè qualcuno abbia scelto un Venerdì  27 Giugno 1980 per un attentato terroristico. Questo discorso ha un senso ma non ci esime dal prendere in considerazione altre possibili coincidenze che coinvolgono un numero importante come il numero 40.  Certo vogliamo considerare “solo un caso” che quaranta anni dopo Ustica, nel Giugno 2020, sia decaduto il segreto di Stato sui documenti rilevanti per le stragi del 1980 e che nella stessa occasione il presidente del Consiglio Conte, suscitando legittime proteste, abbia prorogato di fatto per altri nove anni la secretazione imponendo ai documenti la classifica “segretissimo” : anche se, come si dirà oltre,  nel quarantesimo anniversario della strage due giornali italiani hanno riportato notizie che perforavano il muro di silenzio imposto dal  governo.  E’ di maggior interesse volgere l’attenzione a ciò che è accaduto  non 40 dopo Ustica ma 40 anni prima  di Ustica. Ci imbattiamo nell’episodio della morte di Balbo, avvenuto il 28 Giugno 1940, cioè, per l’esattezza, 40 anni e un giorno  prima della strage.

   Il disastro di  Ustica e la caduta dell’aereo  di Balbo sono   due eventi lontani nel tempo e apparentemente scollegati. A un esame più ravvicinato però, si trovano varie analogie che giustificano almeno qualche riflessione.

1. Si è trattato  di due sciagure aeree avvenute in condizioni meteorologiche  ottimali durante il volo di crociera

2. In ambedue i casi l’aereo  caduto era immatricolato in Italia e i passeggeri erano esclusivamente italiani

3. In ambedue i casi la sciagura non è stata dovuta ad avarie, cedimento strutturale o errore dei piloti

4. In ambedue i casi l’evento si è verificato nella seconda parte di un pomeriggio  di Venerdì.

5. In ambedue i casi quello che sembrava  una  disgrazia dovuta a fatalità  ha suscitato immediatamente  voci di un attentato deliberato. Nel caso di Balbo si parlò di un attentato ordito di Mussolini, nel caso di Ustica la compagnia l’ITAVIA parlò nell’immediato di sabotaggio dovuto a esplosione interna,  e  solo dopo un giorno, in base ad altre considerazioni, fece una conversione a 180 gradi e passò a  difendere la tesi  che l’aereo sarebbe stato colpito da un missile.

7. In ambedue i casi le sciagure furono seguite da condoglianze provenienti, sorprendentemente, da uno schieramento politico-militare avversario. La morte di Balbo fu seguita dalle sincere condoglianze da parte del più alto comandante dell’aviazione inglese.  I parenti delle vittime di Ustica  ricevettero delle  impreviste condoglianze da parte del governo libico, trasmesse non per via diplomatica ma pubblicate pochi giorni dopo l’evento sul quotidiano siciliano “L’Ora”. 

8. In ambedue i casi l’evento è avvenuto in un’ area che per i libici aveva un particolare significato storico. Da un lato Tobruk, data la sua posizione strategica in Cirenaica,  presso il confine egiziano, era  la città più fortificata lungo la via Balbia (da cui tra l’altro partì una sommossa contro Gheddafi  il 6 Agosto 1980); dall’altro  il braccio di mare tra Ustica e Ponza,   come già detto, era ben noto ai libici come luogo di deportazione ed era diventato, per una scelta precisa del governo libico, simbolo  della persecuzione esercitata dal regime coloniale nei confronti della popolazione libica.

9. Se ad Ustica il disastro è stato provocato da una bomba, questo tipo evento in inglese è chiamato “bombing”(bombardamento). Ma questo è lo stesso termine che si usa per descrivere casi come quello di Tobruk, in cui l’aereo è caduto per effetto di un bombardamento.

   Si noti  incidentalmente che,  se l’Italia nel 1940 considerava la Libia parte del territorio italiano, nel 1980 la Libia considerava Malta e la Sicilia come parte di un’area di potenziale espansione volta a ricostituire in tempi più o meno brevi i confini del califfato medioevale. Nel 1980 venne costruito in Sicilia il primo luogo di culto islamico,  e sono anche documentati investimenti immobiliari libici in Sicilia e anche a Ustica.  

     Due considerazioni possono essere utili a completare il discorso. La prima è  che non è affatto detto che le recenti ricerche che hanno portato a stabilire che Balbo cadde vittima del fuoco amico  fossero note in Libia nel  1969-70, quando il regime di Gheddafi impose un rigido controllo della stampa. Al proposito  si riscontra  che  il bollettino straordinario del 28 Giugno dell’esercito italiano non parlava affatto  di fuoco amico ma parlava di “azione di bombardamento nemica” :“Il giorno 28, volando sul cielo di Tobruch, durante un’azione di bombardamento nemica, l’apparecchio pilotato da Italo Balbo è precipitato in fiamme. Italo Balbo e i componenti dell’equipaggio sono periti. Le bandiere delle Forze Armate d’Italia s’inchinano in segno di omaggio e di alto onore alla memoria di Italo Balbo, volontario alpino della guerra mondiale, Quadrumviro della Rivoluzione, trasvolatore dell’Oceano, Maresciallo dell’Aria, caduto al posto di combattimento.”

   Conoscendo la vocazione degli arabi alla dietrologia complottarda, non ci sarebbe da stupirsi che in Libia  fossero in parecchi a credere che l’aereo di Balbo fosse stato vittima di un attentato deliberato.  A prescindere dalla leggenda circolante su Mussolini, è plausibile che qualcuno possa  aver congetturato che dietro l’abbattimento ci fosse la mano dell’Inghilterra o quella di italiani antifascisti,  se non addirittura quella di militari libici antiitaliani inquadrati nell’esercito italiano[22].

   Per concludere, verso il 1980 la percezione che i libici avevano dell’incidente di Tobruk era probabilmente del tutto diversa da quella acquisita in Italia dalla storiografia più recente. In primo luogo va tenuto conto dell’  importanza pubblicamente  data all’evento: va ricordato infatti che mentre in Italia vennero indetti due giorni di lutto nazionale, in Libia vennero indetti ben quattro giorni di lutto nazionale, per cui l’evento ha sicuramente lasciato una traccia nella memoria nelle generazioni impegnate nella guerra [23].  E’ anche un dato da non dimenticare che l’incidente di Tobruk segnava  un fallimento dell’Italia proprio in quello che era il maggior punto di forza (l’aviazione), anticipava  la sconfitta dell’Italia e di conseguenza la fine del colonialismo italiano in Libia. Ciò detto, l’ evento non avrebbe avuto lo stesso peso  se alla guida dell’aereo colpito non ci fosse stato Balbo.  Per i libici il nome di Balbo era quello dell’ italiano più noto dopo Mussolini, e il ricordo di Balbo è rimasto certamente più vivo in Libia  di quanto lo sia stato in Italia  soprattutto nei cosiddetti anni di piombo, quando tutto ciò che poteva richiamare al fascismo recava in sè  un marchio di infamia. Nell’ epoca del regime di Gheddafi probabilmente la propaganda del regime aveva trasformato il governatore Balbo in un’ icona negativo del colonialismo italiano, e quindi la sua morte in un incidente aereo in un evento carico di significato nella storia della nazione. 

   Con queste osservazioni stiamo cercando di proporre un esercizio di relativismo prospettico: più precisamente, proponiamo di comprendere un certo fatto storico mettendosi dal punto di vista di chi sta  dall’altra parte della barricata. Questo tipo di operazione,  banalmente doverosa sul piano metodologico,   è correntemente praticata dagli analisti più qualificati – come si può vedere, per esempio, dai migliori resoconti dell’attuale guerra in Ucraina. Ciò detto,  duole constatare che nel caso dei rapporti tra Italia e Libia questo sforzo empatico è mancato del tutto e che la narrazione degli eventi è sempre stata fortemente unilaterale.   Non c’è dubbio sul fatto che nel caso che ci riguarda questa operazione  si presenti  difficile perchè  la  asimmetria    che   esiste tra la cultura occidentale e la cultura islamica è più forte di quella che esiste tra culture diverse all’interno dei paesi dell’Occidente cristiano. Diverso, per esempio, è il peso dato nella cultura islamica al valore della vita umana del nemico e alla vendetta come strumento di riparazione dei torti. Il problema più insidioso tuttavia è che la diversità si manifesta anche in aspetti che per l’occidentale sono trascurabili al punto di non essere nemmeno percepiti,  mentre non   sono tali nella cultura di matrice islamica. Nel caso di cui ci stiamo occupando  una differenza importante sta  nel valore   dato alle  ricorrenze e alle coincidenze spazio-temporali. Per fare un solo esempio, il fatto che l’assassinio di Anna Politokskavia, ad opera probabilmente di islamici ceceni facenti capo a Kadyrov, si sia verificato nello stesso giorno del compleanno di Putin, è stato da  molti in  occidente percepito come una “curiosa coincidenza”,    ma verosimilmente non è stato considerato tale da quanti in Russia condividono  o  conoscono   la cultura islamica degli attentatori. L’idea di usare le coincidenze per lanciare segnali simbolici in effetti fa parte della cultura islamica, come del resto di molte culture esoteriche e  religiose. Per fare un altro esempio ancora riferito alla Russia, si  ricorda  che  nel 2004 si ebbe la caduta quasi simultanea di due Tupolev tutti e due partiti dall’aeroporto Domodedovo di Mosca. In Italia molti spiegarono la coincidenza con la tristemente nota inefficienza delle linee aere russe. Ma agli investigatori la coincidenza fece  immediatamente supporre l’ipotesi di  un doppio attentato terroristico, idea che condusse   poco tempo dopo a scoprire gli autori dell’attentato, anzi le autrici: due donne kamikaze cecene[24].

   Su questo tema è bene riportare il fatto che Gheddafi  aveva una vera e propria ossessione per le ricorrenze. Le prove sono tantissime ma basta ricordarne una. Nel suo libro “L’Italia e l’ascesa di Gheddafi”[25] Arturo Varvelli ricorda che, dopo un periodo di ambigue rassicurazioni, il 9 Luglio 1970 Gheddafi fece per la prima volta in pubblico un violentissimo attacco all’Italia che  preconizzava l’espulsione degli italiani residenti in Libia. La data era stata accuratamente scelta: era la ricorrenza dell’occupazione italiana di Misurata nel 1912,  e il discorso si tenne per l’appunto a Misurata.  Cinque giorni prima il suo governo aveva deliberato la nazionalizzazione di tutte le società di distribuzione dei prodotti petroliferi operanti in Libia (p.99) e dodici giorni dopo, il 21 Luglio, il CCR promulgava tre leggi che prevedevano la confisca di tutti i beni degli italiani e degli ebrei e la loro espulsione il 7 ottobre dello stesso anno.[26]

  §5. La tensione esplosiva del Giugno 1980.     Alla luce di quanto detto  cercheremo ora di esaminare se ha qualche plausibilità questa congettura: 1) che l’aereo di Ustica sia stato abbattuto da  attentatori al servizio del governo libico in un momento in cui questo si sentiva al centro di un’azione volta a rovesciarlo con la forza.   2) che la strage sia stata rivendicata attraverso canali non ufficiali 3) che il luogo e/o la data dell’attentato  contenessero  un messaggio tale da essere inteso  anche dalla ristretta sfera di  operatori che in in Libia e in Italia conoscevano i dettagli del contenzioso in atto.  

   Una critica persistente alla tesi dell’attentato deliberato  è che a Ustica non c’è stata nessuna rivendicazione pubblica, e che non avrebbe senso fare un attentato senza rivendicarlo pubblicamente. Tra i vari argomenti rivolti contro la tesi dell’attentato questo è il più sorprendente, ed è quasi incredibile che venga ripetuto da anni ad ogni piè sospinto. A prescindere dal fatto che  tra il 1969 e il 1980 l’Italia è stata insanguinata da numerosi attentati non rivendicati, perchè mai la Libia avrebbe dovuto fare una rivendicazione ufficiale di un attentato criminale, che sarebbe stata equivalente a una dichiarazione di guerra?   Per molto meno Gheddafi ha dovuto sostenere la ritorsione degli americani con il raid di Tripoli. Peraltro, come osservò il generale Maletti in un’audizione della Commissione Stragi,   la Libia si è distinta per non aver mai rivendicato i propri attentati, anche perchè non gestiva in proprio una linea terroristica ma astutamente la dava in appalto ad altri[27]

   L’errore dell’argomento sta nel pensare che l’attribuzione delle responsabilità di un attentato deva prendere la forma di una rivendicazione pubblica.     Le stragi di Lockerbie e Teneré  non sono mai state pubblicamente rivendicate, ma ciononostante le indagini hanno accertato la responsabilità più o meno diretta della Libia negli attentati.  Può essere interessante notare che in ambedue le stragi  si sarebbe potuto leggere  un simbolismo nascosto nelle date. Lockerbie si è verificata il21.12.1988. Tredici anni prima, nel 1975, si era verificata  l’impresa più celebrata del terrorista Carlos: il rapimento dei delegati dell’OPEC a Vienna, sponsorizzato da Gheddafi. La strage dell’ aereo  francese UTA nel Teneré  si è verificata il  19.9.1989.   La data ricorda non troppo da lontano la data del 1.9.1989. In tale   data, cioè circa  venti  giorni prima dell’attentato,  in Libia si celebravano i venti anni dell’insediamento del governo rivoluzionario  di Gheddafi (si noti la ricorrenza del numero venti),   che in Libia veniva commemorato annualmente  il giorno 1.9 [28]. Certo queste associazioni di date     non erano tali da essere facilmente avvertibili, ma questo svisamento probabilmente era intenzionale. L’importante è che questi riferimenti simbolici presentavano tre caratteristiche: 1) tutte e due le date rimandavano ad altre date ben note a chi conosceva la storia della Libia dal ‘69 in avanti ; 2) erano impiegabili nelle comunicazioni tra servizi segreti per autenticare eventuali rivendicazioni; 3) erano impiegabili  come segnali di riconoscimento all’interno di organizzazioni terroristiche in grado di decodificarle. 

      Tornando all’Italia, come già detto, alla Farnesina c’era evidentemente un’ équipe  di tecnici e politici ben informati sulla natura del contenzioso aperto e a questi  bisognava far pervenire un messaggio alto e forte che ricordasse che la Libia non era disposta a tollerare ritardi nell’adempimento delle richieste. Cerchiamo ora di metterci nei panni di chi, da parte libica, gestiva la trattativa  e intendeva lanciare questo segnale mediante qualche azione clamorosa. Nel 1980 ricorreva il decennale dell’espulsione degli Italiani. C’era bisogno di scegliere  nel 1980 una data significativa, che però non fosse coincidente con qualche ricorrenza antiitaliana in quanto  rischiava di essere troppo evidente. Per questo era meglio scartare le due date del 7 e 26 di Ottobre.  Per i vari motivi detti, il giorno della settimana preferibile era il Venerdì,  ma  quale Venerdì ? Il Venerdì 27 Giugno 1980 presentava tutte le caratteristiche ottimali.  Forse il 27 Giugno, come già detto, aveva di per sè un significato particolare nella cultura islamica, ma non aveva  nessun significato particolare in quella italiana. Un secondo motivo per sceglierlo era che, a parte la sfasatura di un giorno, la data era la ricorrenza  quarantennale di evento storico   in cui scompariva l’uomo che era simbolo di quell’oppressione coloniale di cui si chiedeva il risarcimento.

  Forse i libici non si rendevano conto che il quarantennale della morte di  Balbo in Italia negli anni 70-80 interessava ben poche persone e  poteva essere commemorato solo  in ambienti  molto ristretti, come quello dei fascisti più nostalgici o – per i suoi meriti aviatori- quello  di qualificati esponenti dell’Aeronautica Militare. Ha senso però fare l’ipotesi che, indipendentemente dal ricordo che si poteva avere o non avere di Balbo,  i servizi segreti italiani erano probabilmente in grado di  comprendere il messaggio  che si voleva trasmettere con l’ abbattimento del DC9. Qui sotto ci sono le foto di due figure che verosimilmente avevano in mano i dati sufficienti non solo a intendere tale messaggio a posteriori  ma  anche di prevedere a priori che era imminente una grave azione ritorsiva

   .

da parte di qualche fazione operante nel Medio Oriente.

   Il  primo è il generale Vito Miceli che, come il generale Santovito, faceva parte dell’ala filoaraba dei servizi segreti. Per dare un’idea dei suoi rapporti con i servizi segreti libici basta rammentare  che nei primi anni Settanta, insieme al capo del SIOS Roberto Jucci , aveva sventato un golpe contro Gheddafi. Fu eletto  deputato nelle file del  del MSI nel 1976, rieletto nel 1979 e nel 1983. Come Santovito, capo del SISMI dal 1978 al 1981, risultò tra gli iscritti nelle liste della P2. 

     La seconda foto è quella del colonnello Stefano Giovannone, il   “Lawrence d’Arabia” in versione  mediterranea, capocentro del SISMI in Libano dal 1973 al 1982.  Era l’uomo che conosceva le spesso inconfessabili trame che  legavano il nostro governo al Medio Oriente, e   non a caso  fu il primo a chiedere la secretazione dei  messaggi intercorsi tra la Farnesina e la nostra centrale operativa a Beirut. 

    Riprendiamo ora l’idea,  che qui diamo per  plausibile anche se puramente congetturale,  secondo cui in Libia c’era in programma da anni, per il 1980,  qualche azione clamorosa volta a richiamare l’attenzione sul contenzioso italo-libico. Quale fosse la forma che avrebbe dovuto prendere l’azione offensiva è stato probabilmente oggetto di progetti alternativi da parte del governo libico.  Forse all’inizio si pensava a qualche azione dimostrativa più o meno violenta: per esempio bombe   alle ambasciate o contro le sedi delle compagnie aeree. In alternativa, avrebbe potuto anche essere mediaticamente efficace un dirottamento aereo nello stile di quello dell’Air France del 1976, conclusosi con il raid di Entebbe. Al proposito si noti, incidentalmente,  che nessuno ha saputo spiegare che cosa facessero sul DC9 due carabinieri armati provenienti dalla stessa caserma del Trentino, uno dei quali ufficialmente era in licenza per partecipare a una cerimonia nuziale in Sicilia. Sorprende anche il fatto documentato secondo cui il fratello del capitano Gatti, morto sull’aereo di Ustica, ricevette in piena notte dal direttore dell’ aeroporto di Bologna la notizia secondo cui l’aereo era stato dirottato in Libia[29] .

    A completare il quadro, fa qualche effetto vedere  che esattamente 40 anni dopo Ustica, il 27 Giugno 2020, il  quotidiano “La Repubblica ” uscì  con questa notizia ripresa dal quotidiano “La Stampa”: <<I telegrammi inviati al Sismi dal colonnello Stefano Giovannone. Un allarme rosso, lanciato la mattina del 27 giugno del 1980 dal Libano alla sede centrale del Sismi. Un telegramma cifrato per decenni coperto da segreto di Stato, parzialmente declassificato solo nel 2014, che rilancia la pista palestinese per la strage di Ustica. Lo ha rivelato “La Stampa” riportando l’allarme arrivato poche ore prima del disastro aereo che collega l’attentato a una frangia filolibica del terrorismo palestinese. Il telegramma porta la firma del colonnello Stefano Giovannone. Solo l’ultimo di una sequenza di comunicazioni con le quali il colonnello segnalava la probabilità di “una situazione di pericolo a breve scadenza”, parlando di “due operazioni da condurre in alternativa contro obiettivi italiani: “dirottamento di un DC9 Alitalia” o “occupazione di una ambasciata”, come da colloqui con fonte fiduciaria.”>>. [30]  Se quanto riportato da queste indiscrezioni è esatto, allora Giovannone non può non aver fatto qualche riflessione sulla caduta del DC9 accaduta in quello stesso giorno.

   Le indiscrezioni riportate dalla stampa in realtà non rimandano direttamente alla Libia, ma registrano il fatto innegabile che i rapporti dell’Italia con tutti i settori antiisraeliani della politica mediorientale si erano deteriorati rapidamente nelle settimane   precedenti a Ustica.   Nel Maggio 1980 il rapporto tra Italia e Libia prendeva  la forma di un conflitto sempre più aspro, che  sembrava il preludio a qualcosa di più caldo di una guerra fredda. In primo piano c’era  la politica italiana volta a garantire la neutralità di Malta sganciandola dalle crescente influenza libica. Il sottosegretario agli esteri Zamberletti, che curava la trattativa Italia-Malta, racconta come prima di Ustica ricevette degli avvertimenti sia da parte del Gen. Santovito sia da parte di una delegazione libica. Oltre a ciò, Gheddafi doveva sapere  bene che era stata decisa  l’installazione dei missili a Comiso (votata dal parlamento nel 1981)   il che  aggravava la sensazione di accerchiamento che certamente viveva il governo libico: sensazione aggravata dal fatto che nei giorni a cavallo di Ustica si verificava un trasferimento  di aerei in grado di caricare testate nucleari da Ramstein  verso l’Egitto.

    Ma il quadro era allarmante perchè coinvolgeva non solo la Libia ma tutta l’area del terrorismo palestinese. Nel Giugno 1980 si tennero a Venezia due summit, presieduti dall’allora  capo del gverno  Francesco  Cossiga. Il primo fu la Riunione del Consiglio Europeo il 13-14 Giugno[31], in cui si ribadì che il popolo palestinese aveva il diritto all’autodeterminazione e che l’OLP doveva essere associato ai negoziati. Il secondo vertice, tenutosi  cinque giorni prima della strage di Ustica, nei giorni 22-23 Giugno 1980, era un incontro del G7 a cui partecipò anche Jimmy Carter. Al termine di questo incontro  Cossiga a sorpresa si rifiutò di firmare un punto qualificante della risoluzione finale che impegnava a stabilire “i necessari contatti con tutte le parti interessate” a risolvere la questione palestinese. Tradotto, ciò voleva dire  sostanzialmente escludere l’OLP di Arafat dai negoziati di pace. Il fortissimo disappunto dell’OLP per la svolta di Cossiga si sommava ad altri motivi di irritazione di parte palestinese, tra cui  l’arresto di Abu Saleh per i fatti di Ortona[32] . Ne seguì una durissima reazione del FPLP, che dichiarò di riprendersi una completa libertà di azione avendo avuto  misura dell’ inaffidabilità di Cossiga nei confronti del Lodo Moro, cioè del patto segreto con cui il governo italiano permetteva ai palestinesi di far transitare armi ed esplosivo in cambio della promessa di non fare attentati. Sembra anche acclarato che in quel periodo Gheddafi finanziasse il FPLPL  e che il terrorista Carlos, super-ricercato da tutte le polizie europee, fosse passato alle dipendenze di Gheddafi. A p.411 del libro di Fasanella e Priore “I segreti di Bologna” (ed. elettronica) si trova una notazione che può essere illuminante anche per spiegare il perchè delle mancate rivendicazioni: dopo i fatti di Ortona”“Giovannone… avvisa che l’FPLP vuole adottare un accorgimento che rischia di ostacolare ogni attivita’ di prevenzione. L’ azione terroristica, infatti, restera’ priva di rivendicazioni ufficiali. L’ attentato deve rappresentare un segnale chiaro al governo italiano ma incomprensibile per l’opinione pubblica. Una tecnica ormai nota ai nostri apparati di sicurezza. E’ la stessa, in fondo, utilizzata in tutte le stragi che dal dicembre del 1969 in poi hanno insanguinato l’italia”.

     Tornando all’affare maltese: come si sa, la bozza del protocollo di intesa tra Italia e Libia fu firmato il 2 Agosto quasi simultaneamente alla strage di Bologna. Quattro giorni dopo si ebbe la rivolta di Tobruk, in cui Gheddafi volle vedere la mano dell’Italia e fece imprigionare dei faccendieri italiani. Si noti che, a parte il curioso necrologio libico di cui si è detto sopra, la Libia non fece mai cenno a Ustica prima degli anni 90 e, per quanto si sa, non disse mai una parola sulla strage di Bologna. Vorremmo al proposito anche notare che in nessuna delle sue vaghe e contraddittorie dichiarazioni su Ustica, Gheddafi ha mai fatto il minimo accenno all responsabilità della Francia, sempre indicando  gli USA come responsabili della strage.  

   Dopo la strage di Bologna si verificò l’episodio della Saipem 2,  con cui Italia e Libia arrivarono al limite dello scontro aperto sui banchi di Medina. L’allontanamento ufficiale e definitivo del personale libico da Malta avvenne il 27 Agosto, esattamente un bimestre dopo Ustica.[33]   Anche qui si riscontra un certa simmetria cronologica osservando che esattamente un bimestre prima di Ustica, il 27 Aprile 1980, si verificò un evento destinato a segnare i rapporti tra Italia e Libia.  Il colonnello Gheddafi in quella data tenne un durissimo discorso presso l’Accademia di Bengasi in cui  dichiarava aperta la campagna di eliminazione dei fuorusciti libici, da lui considerati criminali che stavano cospirando per rovesciare il regime. A questi traditori del popolo veniva data come scadenza per il rientro la data dell’11 Giugno 1980.   In effetti la mattanza era cominciata già da prima e interessava tutta Europa, ma per la conclusione della  campagna venne scelto il fine settimana islamico del 26-27 Giugno, un bimestre dopo il discorso di Gheddafi del  27 Aprile.  Il giovedi 26 Giugno si tenne  la marcia del pentimento di Bengasi – ignobile farsa con cui i pochi dissidenti rientrati in Libia dichiaravano pubblicamente la loro fedeltà al regime.  Il giorno dopo, lo stesso della strage di Ustica, venne colpito a morte a Beirut  l’ultimo dei dissidenti di questo ciclo di assassinii effettuati all’estero, Abdellatif Al Mustasser. La coincidenza con la data di  Ustica venne sottolineata, senza commenti, nella relazione della commissione stragi Manca -Taradash (p.489). E se è stata colta in Italia da due relatori sostanzialmente estranei alla partita che si stava giocando, ci si chiede se poteva essere sfuggita al colonnello Giovannone, che in quei giorni si trovava per l’appunto  a Beirut. 

       Contrariamente a quelle che erano  le probabili aspettative di Gheddafi, i killer  libici in Italia che operarono nel Maggio-Giugno 1980 vennero rapidamente assicurati alla giustizia, il che  fu un ulteriore  motivo di attrito . Dal punto di vista libico  potrebbe essere stata, come si usa dire, la goccia che ha fatto traboccare il vaso. A questo proposito bisognerebbe ampliare il quadro indicando alcuni eventi avvenuti dopo la strage.    E’ di qualche interesse notare che un importante fuoruscito libico, l’ex primo ministro  Amid Bakkush, in occasione del settimo anniversario di Ustica (si noti la ricorrenza settennale)   rilasciò un’intervista alla rivista “Oggi” in cui affermava che l’aereo di Ustica fu “bombardato”(cioè colpito da una bomba) e di sapere per certo che l’operazione era  avvenuta per ordine personale di Gheddafi.    Secondo Bakkush   la causa della decisione di Gheddafi di abbattere il  DC9 fu per l’appunto l’arresto dei killer libici[34]

  Subito dopo l’esternazione di  Bakkush la campagna di eliminazione riprese con l’assassinio del fuoruscito Youssef Krebesh, e si noti che questo accadde in un Venerdì, il 26 Giugno 1987. Il quotidiano del PCI  L’Unità del 28 Giugno 1987 uscì con un articolo con questo titolo: “Era braccato da anni”. Nell’articolo si racconta che Krebesh aveva cambiato nome e indirizzo, aprendo una finta attività di scambi commerciali con il Medio Oriente,   ma che questo escamotage non è servito a salvargli la vita. Si legge infatti: ”Gli agenti del controspionaggio libici sapevano che era direttore al Cairo del Fronte Nazionale per la Salvezza della Libia (da lui fondato nel 1980, n.d.R).  Un infiltrato gli aveva telefonato per un appuntamento e due agenti libici appostati in macchina sono scesi e lo hanno crivellato di colpi. Salvo poi finire nelle braccia di un agente di polizia fuori servizio che li ha catturati immediatamente.” Il giornale aggiunge che forse   la morte di Krebesh e la facile cattura dei due killers facevano parte di un copione già scritto. In ciò si riscontra un’analogia con quanto accaduto nel 1980: forse  in questi episodi entrava in gioco la guerra tra settori diversi dei servizi segreti  – o forse la polizia  procedeva all’arresto dei killer dopo aver avuto ordine di chiudere un occhio sulle loro azioni omicide.

    Tutto fa pensare  che lo scatenamento dei servizi segreti libici esattamente sette anni dopo Ustica   non sia stato casuale. Tra l’altro Bakkush  era stato fatto segno a diversi tentativi di assassinio ed è scomparso in circostanze mai chiarite. L’ unica versione dettagliata della sua morte reperibile sul web parla della sua fine in un incidente aereo che   si sarebbe verificata  il 4 Dicembre 2007 nei pressi di Riad. Se questo è vero, saremmo di fronte a un nuovo incidente aereo dai contorni oscuri in cui è lecito ipotizzare la mano dei servizi segreti libici.

6. Coincidenze: rilevanti per chi?. Abbiamo rilevato finora  che la data di Ustica costituiva la ricorrenza quarantennale di un altro incidente aereo, quello in cui è morto Balbo. L’ipotesi che stiamo esaminando è che il governo libico potrebbe aver scelto il Venerdì 27 Giugno per un’azione violenta contro un aereo italiano  perchè questa data richiamava un altro incidente aereo in  cui l’Italia pagava il prezzo della sua impresa coloniale in Libia.

   Dobbiamo dare qualche peso a una coincidenza del genere? Presa a sè stante  non ha nessun particolare significato dato che, come moltissime coincidenze, potrebbe essere del tutto fortuita. In realtà nessuna coincidenza, intesa come concomitanza improbabile di eventi, in sè e per sè ha un particolare valore anche, perchè, come chiunque sa, chi va in cerca di qualche coincidenza per sostenere qualche ipotesi è difficile che non ne trovi almeno una. Ciò che fa una differenza è il numero e  la rilevanza delle coincidenze trovate.  Per quanto riguarda il numero:  le coincidenze  meritano attenzione quando l’ipotesi in discussione è corroborata da  un numero   di coincidenze  dello stesso tipo  che è troppo alto perchè si possa credere che siano tutte fortuite. Questo modo di usare le coincidenze a fini probatori, prescindendo dal fatto che abbia o meno una giustificazione metodologica, è di fatto usato da secoli nei tribunali nei processi indiziari.

    Il secondo fattore da considerare oltre al numero delle coincidenze è quello della loro rilevanza. Una coincidenza si dice fortuita, e quindi irrilevante, quando non si è in grado di     trovarne una spiegazione ragionevole. E’ il caso, per esempio, della strana coincidenza per cui in quel fatido Venerdi 27 Giugno 1980 si sono verificati in Italia tre incidenti aerei, due dei quali quasi simultanei[35]

    Se una coincidenza non è fortuita ciò significa che  è formulabile  almeno una spiegazione ragionevole della coincidenza, e in tal caso siamo autorizzati a dire che la coincidenza è rilevante ai fini dell’indagine. Ma qui ci si imbatte in un problema :    le coincidenze che si giudicano rilevanti  da quale punto di vista sono rilevanti? Una spiegazione può essere ragionevole dal punto di vista di un soggetto e irragionevole dal punto di vista di un altro.

Quel che è peggio, può essere ragionevole entro un certo consorzio umano (p. es. una setta religiosa) e irragionevole entro un consorzio umano diverso. Ampliando ancora gli ambiti e riportandoci a quanto già accennato, una possibile spiegazione può essere ragionevole entro una cultura e irragionevole entro una cultura diversa. Questo è un fatto innegabile, che in sè e per sè non  comporta nessun impegno filosofico nei confronti del cosiddetto relativismo culturale.

     Per chiarire il punto con un esempio che riguarda da vicino la questione che stiamo discutendo, si pensi al messaggio che Zamberletti ha ritenuto fosse racchiuso nell’orario della strage di Bologna, la quale, come è noto, si verificò alle 10.26 del 2 Agosto 1980 mentre a Malta la delegazione italiana stava discutendo con Dom Mintoff gli ultimi dettagli della bozza d’intesa. La notizia arrivò a Malta nel giro di pochi minuti e suscitò comprensibile emozione. Si noti che Zamberletti, a quanto lui stesso racconta, all’inizio  non aveva percepito la coincidenza e soprattuto il suo  possibile significato . La frase “Che coincidenza!” nell’occasione  fu pronunciata  da qualcuno della squadra di Don Mintoff o addirittura dallo stesso Dom Mintoff, che si affrettò a concludere l’accordo dopo la comunicazione ricevuta. Notiamo dunque un’asimmetria nel modo di recepire la notizia tra i maltesi e gli italiani. La ragione per cui i maltesi hanno  avvertito immediatamente un possibile messaggio nella coincidenza può essere stata  culturale (per la loro familiarità con la cultura araba)  o forse   dovuta al fatto che con Mintoff aveva ricevuto avvertimenti e minacce da parte del leader libico, che conosceva personalmente. Se è per quello, però, anche Zamberletti aveva ricevuto avvertimenti che non erano di poco conto.[36] Zamberletti si convinse poi che Bologna non poteva essere stato un avvertimento ma la vendetta per non aver tenuto conto di qualche precedente avvertimento: e concluse che tale avvertimento, da lui non colto, era contenuto a suo giudizio nella strage di Ustica.                                                                            

     Se quanto Zamberletti ha rimarcato per Bologna è corretto, allora si può pensare che non solo nel caso di Bologna ma anche nel caso di  Ustica fosse nascosto un messaggio simbolico di cui non si è potuto o voluto tener conto. La cosa interessante è che i potenziali messaggi nel caso di  Ustica erano più  di uno e  tutti avevano a che vedere con elementi del contenzioso:

  1. La caduta dell’aereo tra Ponza e Ustica richiamava la richiesta libica di visita ai luoghi di deportazione in quella particolare zona geografica.
  2. La data del 26-27 Giugno 1980, che è stata fatta coincidere con la fine della campagna contro i dissidenti, richiamava la reiterata richiesta di restituire alla Libia i fuorusciti, pena una forte ritorsione da parte libica[37]
  3. Il quarantennale della morte di Balbo  ricordava l’impegno dell’Italia a risarcire i danni del colonialismo di cui Balbo, dal punto di vista libico, era stato il  principale complice ed esecutore. In particolare la ricostruzione della via Balbia era un capitolo importante delle richieste risarcitorie dal punto di vista libico.

   Per spiegare la scarsa ricettività di Zamberletti verso il messaggio, può essere plausibile  l’ipotesi che Zamberletti,  pur essendo sottosegretario agli Esteri, non avesse diretta conoscenza dei dettagli del contenzioso che era in gioco in quanto, come già detto, alla Farnesina erano noti solo a un ristretto team di diplomatici.

    Con ciò non si vuole dire che la Libia volesse lanciare   simultaneamente tre o più messaggi convergenti all’Italia. Di questo non c’è, e probabilmente non ci sarà mai, nessuna prova.  Molto più semplicemente, si intende dire che sarebbe sorprendente se le coincidenze rilevate fossero tutte fortuite. Da ciò segue un invito agli storici che si occuperanno di questo tema a  tener conto del fatto che almeno una di queste coincidenze potrebbe  far luce sulle intenzioni di chi ha deciso di abbattere un aereo italiano in quel particolare giorno. Ai fini di un’ indagine  approfondita si consiglia di  tener conto di quanto segue, e cioè di un’intervista rilasciata dal  Zamberletti alla rivista Opinione nel 2005.

In questa intervista Zamberletti accennò chiaramente al fatto che il messaggio lanciato con Ustica era destinato ai servizi segreti.  Zamberletti dichiarò: ”Su Ustica c’è stata un’azione di depistaggio, ma a favore del missile” e ”per coprire la bomba”. Se infatti i servizi segreti italiani ”hanno bene interpretato sia la minaccia di Ustica sia la vendetta di Bologna, non avevano alcun interesse ad indagare in quella direzione e provocare un grosso incidente internazionale. C’era dunque una ragion di stato. Fuggire dalla pista libica – prosegue Zamberletti – significava mantenere intatte le condizioni per la ripresa dei buoni rapporti con la Libia”.

    Si noti che Zamberletti  diceva in sostanza che i servizi potrebbero aver “ben interpretato”  i due  eventi di Ustica e Bologna, ma   diceva  anche  che, se questo è accaduto,  non avevano alcun interesse a trarne le debite conclusioni.  Nella sua deposizione rilasciata ai giudici  al bunker di Rebibbia del 3.12. 2001 Zamberletti parla di segnale “non avvertito o non denunciato come avvertito[38].  Se stiamo attenti alle parole, non  si tratta di una sfumatura. Zamberletti in realtà diceva  in forma obliqua ma abbastanza chiara  che il segnale  forse era stato sì  avvertito ma  non riferito da chi lo aveva avvertito. Più o meno, insomma, ciò che era accaduto per Bologna, in cui  il segnale era probabilmente  destinato a  canali di comunicazione non ufficiali. Se Zamberletti ne ha preso coscienza  è solo perché   il segnale è stato  avvertito dai maltesi i quali avevano, per così dire, un orecchio più addestrato del nostro a cogliere e decodificare messaggi  che a noi potevano apparire insignificanti.    

  Se le cose sono andate così, cessa di essere sorprendente  il fatto che  per deviare l’attenzione dalla pista della bomba si siano spese enormi energie  per inventarsi nemici inesistenti, missili mai sparati e inverosimili  battaglie aeree che i giudici dei processi penali hanno in seguito qualificato come “fantapolitica o romanzo”.

NOTE


[1]A parte il fatto ben noto per cui  Gheddafi in tenera età fu ferito da una mina, nel suo libro Gheddafi: una sfida dal deserto, Angelo Del Boca riporta che  tra il 1957 e il 1982 sarebbero saltati sulle mine 75 mila cammelli, 36 mila pecore, 12 mila capre e 1250 bovini. Non è dato sapere come sia stato possibile  un conteggio così preciso dei quadrupedi uccisi dale mine.

[2] Per fare qualche esempio dei problemi posti dalle richieste, si noti che all’epoca della guerra il territorio della Libia era diventato a tutti gli effetti  parte del territorio italiano, per cui i danni lamentati dai libici per la guerra avevano colpito il territorio italiano, e non quello che sarebbe diventato in seguito territorio libico. Inoltre si noti  1) che nessuno Stato europeo ha mai pagato in solido per dei presunti danni derivati dal possesso coloniale di un  territorio diventato indipendente; 2) che   l’Italia avrebbe potuto chiedere risarcimenti all’attuale governo libico per i danni derivati dalle numerose rappresaglie dei ribelli libici durante il periodo coloniale. 3) che il valore dei beni italiani confiscati da Gheddafi è stato calcolato, al 1970, dal  governo italiano in 200 miliardi di lire per il solo valore immobiliare. Includendo i depositi bancari e le varie attività imprenditoriali ed artigianali con relativo avviamento, il totale superava i 400 miliardi di Lire che, attualizzati al 2006, corrispondevano a circa 3 miliardi di euro.

[3]Furono risparmiate le gigantesche statue dei fratelli Fileni, conservate a Sirte. Contestualmente all’accordo di Bengasi si è arrivati a uno scambio delle statue dei Fileni con la Venere di Cirene, capolavoro della scultura romana trovato per caso dai soldati italiani in Libia e  trasportato in Italia nel 1915. Attualmente non si ha notizia della statua, scomparsa nel vortice della recente guerra civile in Libia.

[4] Per un commento alle falsità ed esagerazioni  esposte dal ministro libico  vedi  I papier de doleances della Libia di Gheddafi (con commento politicamente scorretto…) | Commento ai fatti del giorno  al link  https://erodoto.wordpress.com/2008/08/25/i-papier-de-dogliances-della-libia-di-gheddafi-con-commento-politicamente-scorretto/

[5]  V. p.es. La Libia di Italo Balbo – La Nuova Ferrara Ferrara (gelocal.it)

[6] archiviostorico.gazzetta.it/1998/novembre/25/Italo_Balbo_imprese_degli_idrovolanti_ga_0_9811257886.shtml?refresh_ce-cp

[7] :/Users/HC/Desktop/nuovi%20articoli/Marco%20Reguzzoni%20contro%20Aldo%20Cazzullo.%20Nel%20nome%20di%20Italo%20Balbo%20-%20MALPENSA24.html. Va considerata probabile comunque la totale estraneità di Balbo ai fatti. V. https://groups.google.com/g/it.cultura.storia/c/CVdA6W43MZ0?pli=1

[8]https://halshs.archives-ouvertes.fr/halshs-00463636v2/document

[9] V. anche Sertoli Salis, Statuti libici, «Nuovo Digesto italiano», XII, I, Torino, UTET, 1940, pp. 868 s.

[10] Ú Tobruk 1940. Dubbi e verità sulla fine di italo Balbo , Mondadori 2004

[11]  v. il link https://www.corriere.it/solferino/romano/05-12-24/01.spm?refresh_ce-cp,

[12] v. il pdf scaricabile in rete Il tragico incidente aereo che causò la morte del maresciallo dell’aria italo balbo L’abbattimento per ͞fuoco amico͟ sul cielo di Tobruk del 28 Giugno 1940.  

[13] Stando a Gregory “ La causa del disastro si può quindi ascrivere alla carente organizzazione del servizio radio e, risalendo alle origini, all’impiego di impianti radiotelegrafici rispetto a quelli in fonìa.” F. Quilici cit. p.3134

[14]SUICIDA A TRIESTE L’UOMO CHE ABBATTÈ BALBO – Il Piccolo (gelocal.it)

[15]   Sul significato del numero 33 c’è molto da leggere. Basta  qui il riferimento al  sintetico link https://www.marilenacremaschini.it/il-significato-esoterico-del-numero-33/ 3     

[16] Su questo punto rimando al cap.£ del mio libro “Ripensare Ustica” (2017)

[17] https://www.ednh.news/it/cronologia-degli-attacchi-terroristici-in-europa-dal-2004-al-2017/

[18] Tratto da  un articolo firmato Madjid Zerrouky, Maxime Vaudano, William Audureau  Tutti gli attentati dello Stato islamico: venti paesi e più di 1.600 morti – Madjid Zerrouky – Internazionale

[19] Vedi  https://pt.aleteia.org/2020/02/25/o-simbolismo-biblico-do-numero-40/  https://perguntaspopulares.com/library/artigo/read/502738-qual-significado-do-numero-40-na-biblia

[20] Alcuni esempi di questo insistente ricorso al numero 40 sono questi:

40 giorni e 40 notti è il periodo che Gesù passò digiunando nel  deserto, dove fu tentato dal demonio

40 anni è il periodo durante il quale gli erranti di Israele vagano nel deserto 

l popolo ebraico trascorse 40 anni nel deserto prima di raggiungere la Terra Promessa   

La vita di Mosè è divisa in 3 segmenti di 40 anni ciascuno

40 anni rappresentano il periodo di un’intera generazione

40 sono i giorni che trascorsero dalla resurrezione di Gesù all’ascesa al cielo

Nell’attuale pratica cristiana, la Quaresima, periodo che precede la Pasqua, dura 40 giorni

Nella cultura Islamica i morti si piangono per 40 giorni

Si dice che Maometto avesse 40 anni quando ricevette la rivelazione dell’Arcangelo Gabriele

Nell’Induismo, la maggior parte delle preghiere popolari sono composte da 40 slokas (strofe)

Isacco aveva 40 anni quando sposò Rebecca

Gesù venne presentato al Tempio di Gerusalemme 40 giorni dopo la sua nascita

Per 40 giorni Golia resistette a Davide

Il profeta Elia camminò per quaranta giorni e quaranta notti fino al Monte Oreb (Monte Sinai), dove il Signore gli rivolse la parola.

40 è il numero dei capitoli del libro dell’Esodo del Vecchio Testamento

Secondo gli Egiziani, 40 è il numero di giorni necessari affinché l’amina abbondoni il corpo fisico

Quaranta è anche il numero dei ladroni che acconpagnano la favola di Alì Babà,

40 sono le carte da gioco napoletane.

[21] Vedi “ Il significato simbolico del numero 40 “ di Elisa Rossini  https://www.bing.com/search?q=Il%20significato%20simbolico%20del%20numero%2040%20-%20Elisa%20Rossini&pc=0AGL&ptag=C24N1875A60C8E0D834&form=CONBDF&conlogo=CT3210127

[22] Incidentalmente, è bene ricordare che nella guerra in Libia operavano da parte italiana quattordici divisioni:  dodici nazionali e due libiche. Le truppe libiche però non erano usate in prima linea perché ritenute poco affidabili    (così nel  citato libro di Del Boca).

[23] La notizia è data nel saggio di Mattesini sopra  citato .

[24] Le donne   si chiamavano Aminat Nagaieva e Zatsita Dzhebirkhanova. V. il link  Russia: aerei, commissione conferma che fu doppio attentato – Ticinonline (tio.ch)

[25] Baldini Castoldi Dalai 2009

[26] V. Del Boca, cit. p.47.

[27] Si vedano queste battute dell’audizione di Maletti alla commissione Stragi: MANCA. Allora lei, tra il missile e la bomba, è per l’ipotesi bomba? MALETTI. Sì, sono per l’ipotesi bomba. (Voce fuori microfono). Ma nessuno ha rivendicato Ustica. MALETTI. Questo non sarebbe un elemento di contraddizione, perché il terrorismo libico non ha mai fatto rivendicazioni. PRESIDENTE. Ringrazio ancora il generale ed i presenti e dichiaro conclusa. Vedi

http://www.misteriditalia.it/strategiatensione/maletti/STRATEGIAAudizioni(Maletti).pdf ultima pagina 

[28] Interessante il fatto che l’ergastolano Vinciguerra ha osservato che la data di Bologna 2.8.1980 ricorda quella di un attentato neonazista a Verona il 28.8.1970 progettato con una valigetta imbottita di  esplosivo. Anche qui si ha una replicazione del numero del mese, incorporato in quello del giorno.

[29]Vedi  l’intervista rilasciata da Gatti al Sig. Marco Ba al   link   https://www.youtube.com/watch?v=Q1B4mYe3hGk

[30] Per i dettagli dei messaggi provenienti da Beirut si veda il libro di Beppe Boni, La strage del 2 Agosto,Minerva 2020   pp. 67-72.

[31] Ú https://www.jstor.org/stable/42734537

[32] Come è noto, nella notte tra il 7 e 8 novembre 1979 a Ortona vennero sequestrati ad alcuni esponenti di Autonomia operaia dei missili Strela destinati alla guerriglia palestinese. Il  13 Novembre successivo venne arrestato  aBologna il giordano Abu Anzeh Saleh, membro di Separat e del FPLP.

[33] Per una ulteriore coincidenza, il 27 Agosto è la data nel 1969 in cui è scattato il piano per il rovescimento di re Idris, mentre la proclamazione della Repubblica, festa della rivoluzione, si ebbe, come già detto, il 1 settembre. 

[34] v. Il cap. 7 del mio libro “Ustica 40 anni dopo. Riflessioni su un caso aperto”.

[35] Ci si riferisce alla caduta di un aereo da turismo  sull’Elba, verificatasi, fortunatamente senza vittime, all’incirca verso le 21 del 27.6.1980.

[36] Interessante questo frammento di intervista rilasciata da Zamberletti al giornalista R. Capone (“Zamberletti parla della matrice libica di Bologna e Ustica”, L’opinione, 4.9.2003). <<D. I servizi segreti libici operarono la strage di Bologna e quella di Ustica per dirci che non rinunciavano a Malta? R. C’è una frase che sfugge a Mintoff in quel momento :”Che coincidenza!” Quella frase mi perseguita da vent’anni, perché le coincidenze sono legate anche ad una sintomatologia chiara e, quindi, ad alcuni elementi: l’invito e la richiesta di interrompere il negoziato”

[37] In un telex giunto da Tripoli nel maggio 1979 si riporta di una minaccia di “very strong measures” contro l’Italia se i criminali dissidenti presenti in Italia non fossero stati consegnati alle autorità libiche.

[38]v. Pizzi, Ripensare Ustica, p.262

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